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Esser presente

24 novembre 2012

Mi sono sentita poco bene oggi.  Nulla di grave ma sufficiente a impedirmi di giocare con Issa. E una delle cose che mi fa stare davvero male è non esserle vicino quando desidera la mia presenza. Così alla sofferenza fisica si è aggiunto anche un bel concentrato di sensi di colpa. Paradossalmente mi è più semplice essere fuori casa per i motivi più vari che esser presente fisicamente ma incapace di “esserci”.

Speravo di aver lasciato tutto questo alle spalle. Sarà che sono un pochino più sensibile in questi giorni, ma non ho potuto fare a meno di ripensare a quando il cancro è comparso nella mia vita e ha dettato legge sul rapporto con mia figlia. Ci sono cose che puoi decidere di fare o non fare ma su altre comanda lui. A cominciare dalla necessità di smettere di allattare per la scintigrafia ossea. Al non poterla tenere in braccio dopo l’intervento di quadrantectomia, al dover restare confinata in camera o in bagno dopo le sessioni di chemioterapia, al non esserci. E dopo pochi mesi illusori tutto è ricominciato. E stavolta tutto è durato molto più a lungo. L’intervento di settembre mi ha fatto stare lontano da lei a lungo, a lungo non ho potuto prenderla in braccio.

A volte penso che essere madri, madri italiane, ci porti inesorabilmente a provare, almeno in una fase iniziale, inadeguatezze e sensi di colpa per eventuali assenze. Poi la razionalità prende il sopravento e si ridimensiona questo rapporto, si fanno i conti con le inadeguatezze e con il saper fare. Si impara a prenderci i nostri spazi, a riconoscere che continuiamo a esser donne, amanti, lavoratrici. Epperò molte continuano a vivere con un complesso di colpa se si assentano e ammalarsi può essere davvero destabilizzante se si inserisce in un percorso di mamma fresca fresca.  Quando mi sono ammalata Issa aveva 11 mesi. Troppo pochi per acquisire la giusta prospettiva e rendere quelle convinzioni reali anche per il cuore e non solo per la mente.

I sensi di colpa che ho provato oggi nel dire a Issa che non riuscivo a giocare con lei si inseriscono in un buco nero fatto di assenze, di presenze finte in cui i malesseri, i dolori mi portavano a desiderare di esser sola. Non è facile essere malate con un bimbo in casa.

Io non ho pianto quando mi hanno detto che avevo un cancro al seno. Io sono scoppiata a piangere quando mi hanno detto che non dovevo più allattare, quando mi hanno detto che dovevo stare lontana da mia figlia per tutto il giorno, e la sera? “a distanza di un metro” e lì, davanti allo sguardo perplesso del medico, sono scoppiata come una fontana, come puoi stare lontana un metro da tua figlia di 11 mesi? Quando ho capito che non avrei mai avuto un secondo figlio.

Un’altra mamma con cui ero in contatto mi aveva detto che dopo la chemio riusciva a stare meglio se stava sul divano vicino ai suoi figli mente giocavano. Io no, io non ci sono mai riuscita. Io sentivo il bisogno di stare sola a gestirmi tutti gli effetti collaterali.

Razionalmente lo so, lo capisco, stare lontano per curarsi significa stare meglio per poi esserci. Ma io su quelle assenze ho ancora un conto in sospeso. La parola cancro ora significa soprattutto questo per me “non esserci per mia figlia” e questo faccio fatica ad accettarlo.

Poi capita di leggere post come questo. E capisci che nascere donna, essere madri è una tortura continua se non riesci a fare i conti con te stessa. Anche se non sei ammalato. Anche se non lavori. Ce l’abbiamo nel sangue e nella cultura?

 

 

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12 commenti leave one →
  1. 25 novembre 2012 11:14

    Quante cose in questo post Wolkerina cara. Quanti sensi di colpa davvero incomprensibili per chi osserva dall’esterno. Mi sembravano incomprensibili quelli di Linda, ancor più mi sembrano i tuoi. Così simili a quelli di Wide.
    Un cancro. Non un’influenza, un mal di pancia, la stanchezza. Un cancro. Non potevi esserci, non potevi, punto.
    Ci sono mamme che ignorano i figli anche solo perché non hanno voglia di starli a sentire dopo una giornata di lavoro. Altre che non vedono l’ora di sbolognarli per poter andare a prendere un caffè con le amiche.
    Tu avevi un cancro.
    E non potevi.
    Io sono certa che Issa non ha risentito di quello che è accaduto, perché era piccina, perché tu sei una mamma splendida. E tu devi lasciarti il passato alle spalle e perdonare te stessa.
    Anche se hai ragione: noi mamme il senso di colpa ce l’abbiamo nel dna.

    • 26 novembre 2012 09:27

      Maude cara, grazie per le tue parole! E’ vero ho scritto di getto e dentro ci sono tanti elementi che si sono mescolati e hanno fatto reazione! Hai ragione io non potevo “esserci” ma per assurdo, per me è molto più facile assentarmi da casa per ragioni puramente personali e futili che restare a casa ma non essere disponibile per lei.
      Nella fase acuta di cure io ho proceduto a testa bassa, mettendoci tutto l’ottimismo e determinazione che son riuscita a raccogliere.Ho accettato quel che accadeva giorno per giorno, con alti e bassi, sapevo issa in buone mani quando io non potevo esserci e tanto mi era sufficiente per stare serena. Temo che la reazione di ieri sia in parte dovuta al non accettare che gli strascichi di quanto è avvenuto ci sono e rimarranno a lungo. accettare le mie debolezze non è così semplice quando il fisico traballa, è come indossare lenti scure e tutto appare più grigio e terribile di quanto in realtà sia. Oggi sto meglio e vedo le cose da una prospettiva diversa. Devo cercare di lavorarci su però, per evitare di ricaderci al prossimo malessere!

  2. Patrizia permalink
    25 novembre 2012 12:24

    Sono d’accordo con Maude: la tua “mancanza” non è mai stata cattiva volontà, ma impossibilità a cui la malattia ti ha costretta. E sono sicura che la tua piccola Issa questo l’ha capito, perchè hai avuto per lei una vicinanza speciale che va al di là del contatto fisico, anche se quest’ultimo è certamente importante e necessario soprattutto quando i figli sono piccoli. Dalle parole che spesso scrivi, posso capire che la tua sensibilità verso Issa le ha permesso di superare con sufficiente serenità tutti i difficili momenti che hai dovuto attraversare. Quindi: via tutti i sensi di colpa e sii più benevola con te stessa! Poi, sai, noi mamme ci facciamo sempre tante teghe mentali… Anch’io che ho ormai due figli grandi (28 e 30) continuo a chiedermi se sono e sono stata una buona madre per loro, se li ho aiutati abbastanza a trovare la loro strada, se non li ho soffocati o condizionati, ecc. ecc.. Poi mi dico che il genitore perfetto non esiste (e grazie a Dio, sennò sai che frustrante per loro!!) e che ognuno di noi dà quello che può nella maniera migliore che può…Ma essere ipersensibili a volte è una grande fregatura…
    Ti abbraccio forte 😉
    Patrizia VR

    • 26 novembre 2012 09:38

      Hai ragione Patrizia, l’ipersensibilità è proprio una immensa fregatura!! Essere genitori è anche questo, continuare a interrogarsi, cercare risposte, accettare di non essere perfetti e infallibili e i sensi di colpa sembrano giocare a nascondino, si nascondono e poi compaiono all’improvviso, il trucco è fare tana prima di loro ma non sempre è così facile!
      ti abbraccio anch’io 🙂

  3. 25 novembre 2012 13:30

    Carissima, la tua vita, le tue emozioni, le tue frustrazioni, le tue riflessioni sono così di diverse da quelle di una donna dalla vita “ordinaria” che nessun confronto è possibile. E io, pur nella mia vita diffcile, mi sento stupida, di fronte ad un post così.
    Le mie sono domande legittime di una madre sola, lavoratrice, spesso assente da casa, monoreddito, in continuo stato di emergenza; le tue, invece, sono le domande legittime di una donna che il destino ha colpito più duramente di altre donne, e nella maniera più cattiva.
    Io non ho sensi di colpa nei confronti dei miei figli, dato che per loro faccio tutto il possibile: mi chiedevo, nel mio post, solo se la mancanza di tempo vero, quello solido e reale da passare con loro, non stesse invalidando gli aspetti più importanti dell’educare. Il tuo problema è di ben altra natura, e comprende tali e tanti aspetti, decisamente più gravi dei miei (distacco fisico vero, paura, futuro) che nessun confronto tra noi è possibile, se non quello comune di porsi delle domande.
    Ma ti sento come persona intelligente, positiva, reattiva e sono sicura che la tua maternità, per il futuro -tuo e della tua bimba- sarà una splendida maternità. Diciamo che hai avuto solo un’interruzione imposta dal destino, ma non dalle intenzioni, le tue, che solo le migliori per una madre.
    Ti abbraccio cara.

    • 26 novembre 2012 10:05

      Cara Linda, hai fatto bene a specificarlo ma non intendevo dire che tu vivessi con sensi di colpa. Mi rifacevo proprio alla natura di esser madri che ci fa interrogare e dubitare, che ci pone mille interrogativi sul modo in cui alleviamo ed educhiamo. che se impegnate in altro ci fa chiedere se stiamo togliendo loro qualcosa, come se l’altro fosse sempre meno degno e importante del fare per loro o dell’esser lì con loro. Pur con storie completamente diverse ci siamo trovate a scrivere un post sull’esser madri, e il tag “hopaura” mi ha fatto cogliere anche in te non la sensata e dovuta riflessione sul come fare ma una più dannosa inquietudine che io ricollego a un imprinting culturale sbagliato. Forse ho sbagliato ma in questo ci riconoscevo simili.
      Mi prendo l’abbraccio e lo ricambio 🙂
      P.S. il confronto tra persone è sempre pericoloso ma la mia storia non pone i miei vissuti in uno scalino più alto dei tuoi. i vissuti di disagio sono tali per tutti, e solo chi li vive può sapere quanta sofferenza contengono…

  4. 25 novembre 2012 14:25

    (Sai che io tengo tanto alle storie, più che ai fatti in sè, quindi prova a leggere quello che ti scrivo come se fosse la mia opinione su una storia e non su quello che ti succede)
    Ci sono cose che stanno in un certo modo e non possono essere diversamente. Vale a dire: la storia della tua malattia farà parte della storia di vita dei tuoi familiari, non è un evento solo tuo ed è una storia che ha degli aspetti di tristezza e altri aspetti che hanno a che fare l’amore per la vita e l’amore per gli altri. E’ su questa storia che si erige l’identità di Issa e il suo senso di sè.
    In questa storia, la protagonista vera, tu, non sei una mamma che ignora volutamente la propria bimba. Tu sei le tue buone intenzioni per vivere a lungo, i racconti che fai di tua figlia, della sua perspicacia e della sua dolcezza, non sei una donna che abbandona, ma una donna che lotta il più possibile per preservare la propria famiglia da un abbandono.
    In questa storia, se la tua bimba fossi io, non mi sentirei sola in uno scantinato senza la mamma, ma mi sentirei la principessa in cima alla torre e la mia mamma sarebbe il cavaliere valoroso che lotta contro il drago per arrivare fino a me.
    E’ vero, c’è il drago, e la lotta è durissima, è lunga e tutto il resto. Ma la mamma lotta per arrivare fin da lei, mica se ne va.
    Tra una storia e l’altra c’è la differenza che corre tra essere lontana e di spalle ed essere lontana, ma protesa verso di lei. E’ una differenza che ai bambini non sfugge.
    Spero di essermi spiegata bene, perchè ho scritto in modo un po’ strano.
    Ti abbraccio forte forte.
    V

    • 26 novembre 2012 10:22

      Cara V, non ho parole per ringraziarti, hai scritto così bene che quando ieri sera ho letto il tuo messaggio sono scoppiata in un pianto liberatorio e il peso che sentivo si è sciolto. Voglio stamparmi quello che hai scritto per rileggermelo spesso, per non scordarlo più.
      mi piacciono gli abbracci stretti stretti 🙂

  5. 28 novembre 2012 19:26

    ho passato tutto un fine settimana a rimproverarmi. e non sarà l’ultimo. hai detto benissimo. ma io faccio quello che posso, me lo dico e me lo ripeto: faccio quello che posso, anche se spessimo in questi otto anni da madre, di cui 5 da malata, ho sbagliato sbagliato sbagliato con le mie figlie, senza scuse, ma senza nemmeno poter stare qua a darmi le martellate sulla testa. è tosta fare le mamme, hai ragione, lo è in qualunque circostanza. è anche meraviglioso, è la cosa che ci fa crescere di più, ma per crescere, ci si deve spezzare anche un po’…

    • 28 novembre 2012 22:59

      come sono diretti e lucidi i tuoi commenti, cara wide. è vero, è giusto assumersi le responsabilità, prender atto degli errori ma senza “darsi martellate in testa”, come è difficile però a volte. cercherò di ripetermi anch’io “faccio quello che posso”, mi piace questa frase, aiuta a prender un po’ di distanza dalla fatica e dal dolore di non aver trovato le parole o il tempo o la pazienza necessaria.
      e intanto cresciamo, hai ragione :*

  6. Mary permalink
    13 dicembre 2012 22:01

    Cara amica
    Ho 34 anni, una figlia di 2 anni e un cancro al seno metastatizzato a seno e ossa, scoperto 2 mesi fa. Sto facendo pesanti chemio e mi sono molto identificata nelle tue parole. Anche io non ho pianto slla diagnosi, ma ho pianto quando mi sono accorta che non avrò un altro bambino e quando non riesco a star vicina slla mia piccina per colpa degli effetti collaterali. Ho pianto leggendoti. Essere madri con un cancro avanzato e’ molto dura. Ti abbraccio

    • 13 dicembre 2012 23:06

      È vero, cara Mary, è molto molto dura, e dal di fuori è difficile riuscire a immaginare e capire il carico che bisogna portare con se’. costa fatica mantenere alto l’umore, esser fiduciose nelle terapie, accettare anche i giorni no, far vibrare nell’aria serenità. I nostri cuccioli questo respirano. Non ‘quanto’ stiamo con loro ma ‘come’.
      Ti abbraccio cara e se ne hai voglia scrivimi via mail

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